mercoledì 8 gennaio 2014

La follia dello sguardo emozionale

Ci sono cose che vediamo con gli occhi del passato e che fotografiamo alla luce del presente
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Ho visto ricordi, li ho fotografati oggi,  sembra,  sembrava,  guarda!
VEDERE O GUARDARE: di cosa ha bisogno una buona fotografia?

- Ho visto,  terminologia passiva,  qualcosa si è posto tra me e il vacuo fondale del presente. Subisco una scena,  catturo l'inevitabilità nella casualità.

- Guardo, terminologia attiva, atto di coscienza in cui assorbo volontariamente sensazioni e colori del soggetto su cui focalizzo la mia attenzione, un atto causale.

Aggiungiamo adesso un'altra variabile per dare più intensità alla scultura visiva, alla fotografia.

Cosa rappresenterà il nostro scatto per gli sguardi futuri?  Vogliamo che l'immagine sia il protrarsi di un ricordo passato o vogliamo che diventi un attimo eterno?

La domanda potrebbe sembrare banale ma farà la differenza nell'atto creativo e nella cognizione dell'osservatore. Spesso lo scatto nasce nella nostra mente già prima della cattura e a volte siamo noi stessi lo scatto. Il "click" sarà l'atto edificatore, partorirà quello che abbiamo gestito nel profondo da chissà quanto tempo. Potenzialmente la fotografia potrebbe rappresentare una materializzazione del nostro subconscio liberandoci da fastidiosi tumulti emozionali.

CLICK:  finalmente sarà la quiete, la meditazione contemplativa dell'opera prima.
Quanto è bella la nostra foto e quanto sono belli i 12 scatti consecutivi che come un prisma smembrano su più facce la nebulosa che ha rappresentato il nostro percorso evolutivo prima del click definitivo.

... il tempo passa.

Il fatto è che qualche settimana dopo, mentre esprimeremo le nostre più sentite congratulazioni per il successivo sconbussolamento emozionale, il nostro successivo click, ecco che la foto precedente, quella che tanto avevamo sbandierato è diventata un'emozione di serie B, lei non sarà più la prima donna, come Eva cacciata dal paradiso sarà splendida ma soggetta alla ruvidezza della vita terrena quindi soggetta alle dovute critiche che come un innamorato velavamo gonfi di amore.

Torniamo ad una delle domande iniziali: passato o attimo eterno?
 Approfondiamo: quando osservo una foto deve ricordarmi qualcosa o deve suscitarmi qualcosa?

Probabilmente il ricordo fa già parte di noi ed un osservatore esterno non potrà mai cogliere il ricordo che la foto dovrebbe esprimere, per l'osservatore lo scatto sarà solo uno scatto, un attimo e muterà in un "wow" solo se lo scatto sarà in grado di sucitare un'emozione. L'emozione può arrivare dal passato ma vivrà nel presente se evocata da un taglio emozionale che ne farà traboccare l'incontenibilità dell'inatteso.
In pratica se lo scatto esprime un "attimo" e non un "passato" allora sarà compreso come linguaggio universare e condivisibile. Quello che forse dovremmo trasmettere, filtrando il nostro vagito emozionale, è qualcosa che ritrae una realtà oggettiva, cosparsa di emozione, resa visibile allo sguardo e non alla vista.

Io vedo tante cose ma guardo ciò che mi interessa e che comunica con il mio inconscio. La scintilla che tocca il mio inconscio dovrebbe scalfire una coscienza collettiva, non il ricordo di un singolo.

In poche parole, abbiamo tonnellate di fotografie che ritraggono compleanni, foto delle vacanze, il primo bagnetto e così via ma.... quanto sono interessanti per l'osservatore? A cosa mira il nostro senso fotografico?

Quando scattiamo una foto non dobbiamo pensare al passato ma all'attimo ed anche la foto più banale potrebbe diventare un "WOW".

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